Adolescenti e fumo: intervista all’oncologo Massimo Di Maio

Adolescenti e fumo: intervista all’oncologo Massimo Di Maio

Il mix di sensazioni è incontrollabile. Paura ed entusiasmo, ansia di essere scoperti, voglia di rompere le regole. E poi… senso di esaltazione e sapore amaro, conquistata “maturità”, mal di stomaco, tosse, senso di colpa. E pensare che a generare tutto questo è un oggetto esile, effimero e obiettivamente inutile, come la sigaretta. Eppure l’ultimo Rapporto HBSC (International Health Behaviour in School Aged Children) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, condotto su oltre 230.000 ragazzi tra gli 11 e i 15 anni in 45 paesi, racconta che sono sempre di più e sempre più giovani coloro che si avvicinano al tabacco attratti proprio da quel mix di sensazioni. I numeri sono da brivido: l’Italia è il quarto paese al mondo per percentuale di quindicenni che hanno già provato la prima sigaretta. Per il circa il 15% di loro, il primo incontro con il tabacco è avvenuto già a 13 anni, mentre per il 3% addirittura a 11 anni.

Dati che parlano di una necessità impellente: è fondamentale iniziare a parlare dei danni del fumo già durante l’infanzia e nella prima adolescenza. Ne è convinto Massimo Di Maio, oncologo e Segretario Nazionale di AIOM (Associazione Italiana Oncologia Medica), a cui abbiamo chiesto di raccontare la sua esperienza di medico spesso coinvolto in attività di sensibilizzazione contro la diffusione del fumo tra i più giovani. Con il dottor Di Maio abbiamo parlato anche della campagna nazionale Con le sigarette… meglio smettere, realizzata da AIOM nel 2016 ed insignita di tre prestigiosi premi nella 21a edizione di Mediastars. Il videospot aveva come protagonista la campionessa di tennis Flavia Pennetta e mirava a sensibilizzare i più giovani sui rischi legati al consumo di prodotti a base di tabacco.

Ecco cosa ci ha raccontato Massimo Di Maio.

Dottor Di Maio, Lei sostiene che non sia mai troppo presto per parlare ai più giovani dei rischi del fumo. Ci spiega meglio il suo pensiero?

L’anno scorso ho partecipato attivamente a varie iniziative svolte nelle scuole superiori di Torino e dedicate alla prevenzione: oltre a noi oncologi, erano presenti anche dei dermatologi ed altre figure sanitarie coinvolte nella tematica. In quella sede, quando chiedevo chi aveva già fumato per la prima volta, erano in moltissimi ad alzare le mani, quindi ho potuto toccare con mano quanto il fumo sia già diffuso in quella fase. Gli studi dimostrano che l’età in cui si prova la prima sigaretta è calata drasticamente. Per evitare che i ragazzi inizino a fumare, bisognerebbe cercare di agire già alle scuole medie, se non addirittura alle elementari, senza ovviamente togliere valore alle campagne fatte al liceo. Quello che è importante sottolineare è che purtroppo negli ultimi anni abbiamo notato una preoccupante modifica dell’epidemiologia del tumore del polmone: se, per fortuna, l’incidenza di tale patologia si sta riducendo lentamente tra gli uomini in Italia, purtroppo dobbiamo registrare che negli ultimi anni, secondo le statistiche, il tumore al polmone è in aumento tra le donne, specialmente tra chi ha iniziato a fumare in giovane età.

Negli anni Novanta, fumare tra gli adolescenti era una sorta di status symbol. Secondo Lei, è ancora così o oggi ci sono dinamiche nuove che spingono i ragazzi a fumare?

Penso che a quell’età conti molto la voglia di fare cose che siano sintomo di ribellione verso la famiglia. Un po’ pesa anche l’emulazione, il non voler essere da meno rispetto ai compagni. Per i ragazzi conta molto la sensazione di darsi un’aria adulta grazie alla sigaretta. Tra le ragazze, invece, vige questa idea sbagliata che il fumo significhi emancipazione, indipendenza, personalità.

Negli ultimi anni, poi, si è assistito, anche tra i più giovani, al diffondersi di una nuova moda, quella delle sigarette elettroniche. Conferma questa tendenza? E che danni può provocare?

C’è molta letteratura sulla sigaretta elettronica. Il paradosso è stato che questo dispositivo, nato come strumento per l’eliminazione del vizio, per molti ragazzi ha rappresentato addirittura il primo contatto con il fumo. In questo caso, la sigaretta elettronica diventa qualcosa che induce l’abitudine invece di eliminarla, quindi il suo utilizzo stravolge il fine per cui era nata. Nella scala della pericolosità, è certamente meno dannosa della sigaretta, ma contiene comunque nicotina e una serie di altre sostanze dannose.

Probabilmente, un adolescente vede la tematica della salute e delle patologie correlate al fumo come problemi distanti da sé, che non lo riguardano. Su quali leve si può puntare per sensibilizzare i ragazzi?

Effettivamente i tumori possono essere visti come un rischio distante perché insorgono più comunemente in età avanzata. Quando andiamo nelle scuole, cerchiamo di spiegare che la sigaretta comporta un’enorme quantità di problemi, oncologici e non. Il tumore al polmone è solo quello più ovvio, ma ce ne sono molti altri: penso alla vescica, al pancreas, ai reni, alle altre vie aeree, o a problemi di natura non oncologica, come quelli cardiovascolari. Ma è utile far leva anche su aspetti a cui i ragazzi sono più attenti perché hanno a che fare con l’estetica e la gradevolezza nello stare insieme: mi riferisco per esempio alle condizioni dell’alito o della pelle, che peggiorano a causa del fumo. Questi sono argomenti che molto spesso fanno presa. Ma, soprattutto, credo che sia giusto far capire ai ragazzi quali siano i motivi per cui non fumare, invece di proibirglielo e basta: imporre un semplice divieto può portare a curiosità, invece sapere perché non bisogna fumare è molto più efficace.

Quattro anni fa, AIOM ha realizzato una campagna con la campionessa di tennis Flavia Pennetta. Crede che sia utile fornire ai ragazzi dei modelli vincenti come questo?

Quello di cui i ragazzi hanno bisogno è proprio far riferimento a un modello positivo: in questi giorni lo abbiamo visto, per esempio, con la richiesta fatta dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte a Chiara Ferragni e Fedez per sensibilizzare i giovani all’utilizzo delle mascherine. Sono modelli che aiutano a far passare messaggi che in questa epoca si diffondono molto velocemente: non dobbiamo pensare ai social media solo come ad amplificatori di messaggi negativi, ma possono essere anche strumenti di buone informazioni. Testimonial del mondo dello sport o dello spettacolo possono rappresentare dei cavalli di troia utilissimi per comunicare con i nostri ragazzi. Proprio per questo, qualche anno fa abbiamo deciso di rivolgerci a loro con una testimonial sportiva, e quindi vincente, come Flavia Pennetta. Lo sportivo, a maggior ragione, unisce il modello del benessere fisico e degli stili di vita salutari al successo, quindi chiaramente il messaggio passa ancora più facilmente.

 

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