Adolescenza e disturbi alimentari: intervista al dottor Mendolicchio

Adolescenza e disturbi alimentari: intervista al dottor Mendolicchio

Guardarsi allo specchio, riconoscersi sempre meno, spesso non piacersi: l’evoluzione del corpo tipica della fase adolescenziale è quasi sempre accompagnata dalla frustrazione di non poter arrestare quell’inesorabile cambiamento. Tra le molte reazioni a questo fenomeno, si colloca anche il tentativo di agire sui pochi elementi che possono essere controllati dalla propria volontà: uno di questi è l’alimentazione, su cui i ragazzi spesso intervengono in modo arbitrario, auto-provocandosi danni da cui poi è difficile uscire.

I dati riguardanti i disturbi alimentari in Italia non sono dei più confortanti: secondo la Società Italiana per lo Studio dei Disturbi del Comportamento Alimentare (SISDCA), in Italia colpiscono ogni anno 8.500 persone e la fascia più a rischio è quella adolescenziale. Questi dati si sono persino aggravati nel corso della pandemia: nei mesi scorsi, infatti, l’Osservatorio epidemiologico del ministero della Salute ha evidenziato come tra febbraio e maggio – cioè nel periodo corrispondente al primo lockdown legato al Covid-19 – i disturbi alimentari in fase adolescenziale siano aumentati del 30%.

Di tutto questo abbiamo parlato con un grande esperto del settore: Leonardo Mendolicchio, medico psichiatra psicoanalista, direttore del reparto di Riabilitazione DCA dell’Ospedale “San Giuseppe” – Piancavallo dell’Istituto Auxologico Italiano, un centro di eccellenza in Italia per la cura dei disturbi alimentari.

Adolescenza e disturbi alimentari: come sono legati tra loro questi termini? Il corpo che cambia in questa fase c’entra con l’affermarsi di questi disturbi?

Assolutamente sì. L’adolescenza è tra le fasi più traumatiche della vita umana per due motivi. Innanzitutto, perché la componete psicologica ed emotiva non è ancora ben equilibrata: gli adolescenti non hanno ancora vissuto quelle esperienze di vita che hanno forgiato l’equilibrio dal punto di vista emotivo. Ci si ritrova ad essere giovani persone che vivono uno dei maggiori cambiamenti dal punto di vista corporeo, in un equilibrio psicologico ancora abbastanza precario, non strutturato. Tra le criticità che si possono incrociare in questo periodo, i disturbi alimentari sono i più frequenti. Il corpo che cambia e la mancanza di una condivisione corretta con il mondo degli adulti può rappresentare un trauma. E una risposta questo trauma può essere alterare il regime alimentare per tentare di attutirne gli effetti.

Quando un ragazzo si trova in queste dinamiche, quali sono le leve su cui agire? Sono prettamente fisiche e dietologiche, oppure si deve puntare anche su aspetti di altro tipo?

Presso il nostro Istituto Auxologico, da anni abbiamo capito che questo tipo di disagio si deve trattare in modo multidisciplinare, per cui certamente tocchiamo il tema del corpo, del cibo, del peso, del metabolismo, ma trattiamo anche tutto ciò che ha a che fare con la psiche, le emozioni e persino l’aspetto educativo, perché i disturbi alimentari spesso passano anche attraverso l’educazione.

In che modo?

L’educazione ha un ruolo sia negli aspetti preventivi sia in quelli curativi. Gli adolescenti sono persone che hanno una grande necessità di sperimentare limiti e regole, perché senza questi rischierebbero di vivere costantemente e illusoriamente in una libertà infinita che può essere molto pericolosa. I ragazzi molto liberi spesso vivono anche una situazione di profonda angoscia perché il limite rassicura. Nei disturbi alimentari, specie in adolescenza, il limite è uno strumento terapeutico. L’alimentazione incontrollata che spesso diventa un disturbo alimentare, le cattive abitudini dell’alimentazione che spesso sono l’anticamera del disturbo alimentare richiamano proprio il bisogno educativo. Non è solo una questione dietologica o nutrizionale. Ci vuole un aspetto pedagogico più approfondito più articolato che consenta a questi ragazzi di interiorizzare delle regole.

Parliamo del background di provenienza: incide nella diffusione dei disturbi alimentari? C’è una predominanza rispetto al genere e all’età e all’estrazione sociale?

Possiamo parlare di alcune tendenze: per esempio ci sono fasce più a rischio, come l’adolescenza. Oppure notiamo che la malnutrizione per eccesso – cioè l’alimentazione incontrollata – può colpire gli adolescenti di un ceto sociale medio basso, mentre l’anoressia invece continua ancora a colpire tendenzialmente ma non esclusivamente il ceto medio alto. Ma mentre un tempo questi fenomeni erano piuttosto marcati, oggi i disturbi alimentari sono del tutto trasversali, colpiscono tutti i ceti sociali e tutte le età, senza una regola precisa.

È vero che i cibi-spazzatura comportano dipendenze?

Certo! Non dobbiamo mai dimenticare che la prima sostanza stupefacente che assumiamo è il glucosio. Molti studi hanno dimostrato che quando mangiamo cibi con alta concentrazione di glucosio, in noi si attivano le stesse aree cerebrali sollecitate dall’assunzione di cocaina o altre sostanze stupefacenti. E purtroppo c’è tutta un’ingegneria del junk food, la cosiddetta “ingegneria del cibo iperpalatabile” che si occupa di costruire pietanze con concentrazioni zuccherine o di altri elementi nutrizionali che enfatizzano questo strumento di piacere del sistema nervoso centrale, rinforzando un comportamento alimentare scorretto. Ricordiamo che l’Italia – il paese della dieta mediterranea – è anche il paese europeo con il più alto tasso di obesità infantile. Questo dato molto antipatico è sostenuto dal fatto che c’è una scorretta alimentazione dovuta proprio alla scelta di cibi addizionati di sostanze che creano di dipendenza a livello del sistema nervoso centrale, stimolando appunto i centri del piacere.

In questo momento storico, molte famiglie si trovano in grande difficoltà economica e potrebbero optare per questi cibi, che quasi sempre sono venduti a buon mercato. E poi c’è l’altro lato della medaglia del Covid-19, cioè il fatto di stare in casa ci ha portato a mangiare tanto. È stato riscontrato un peggioramento nelle abitudini alimentari?

I disturbi alimentari sono aumentati tantissimo, c’è stato un incremento del 30 % di diagnosi dei disturbi alimentari e questo è un dato abbastanza allarmante. È noto come la prima fase della pandemia abbia cambiato i nostri stili di vita. C’è chi ha consumato più alcol, chi ha iniziato a utilizzare più farinacei in casa per fare pizze e focacce… Ora è presto per verificare l’effetto di questo cambiamento però è verosimile pensare che ci sarà un doppio scenario: ci sarà chi ha iniziato a mangiare meglio perché prepara cibi a casa consumando meno cibi da asporto; ci sarà poi chi avrà peggiorato le proprie abitudini in preda all’ansia. In questo caso, ad agire è il cosiddetto emotional eating: spesso mangiamo per impattare, attutire e governare le nostre emozioni. L’emozione della paura che ha fatto da padrone durante il primo lockdown sicuramente ha trovato nel cibo una valvola di sfogo. E adesso, è vero, ci troviamo ad avere a che fare con una crisi economica e di fronte alla tentazione di acquistare cibi a basso costo: sicuramente il mercato unisce l’utile al dilettevole, rendendo i cibi più appetibili anche a buon commercio. Questo è un problema per cui è necessario rendere edotta la cittadinanza.

Come fare? In qualche modo, influencer e social media possono rappresentare una leva per educare i ragazzi o non fanno che contribuire a diffondere abitudini sbagliate?

Direi entrambe le cose. Dal mio punto di vista, i social media nel campo dei disturbi alimentari, hanno un grande svantaggio e una grande responsabilità: non fanno altro che aumentare il ruolo dell’immagine rispetto all’identità. Non dobbiamo dimenticare che i social oggi sono un grande veicolo del cosiddetto “food porn”: su Instagram c’è tutta un’enfasi per cui molte persone postano ciò che mangiano, fotografano i piatti. È una sorta di enfatizzazione del rapporto col cibo che può diventare un po’ esagerata. I social però sono anche un grandissimo strumento di divulgazione di informazioni e notizie corrette. In questo senso, credo che una delle grandi scommesse sia quella di rieducare la popolazione alle corrette abitudini alimentari, dalla scelta del cibo a come si cucina e poi a come e quando si consuma. È ciò che cerchiamo di fare all’Auxologico: con i nostri pazienti, realizziamo un percorso di educazione dalla spesa al consumo. Si tratta, tra l’altro, di una questione trasversale che riguarda l’inquinamento, il benessere psicofisico e l’economia.

L’adolescenza è un’età in cui non si pensa troppo ai rischi e alle conseguenze delle proprie azioni. Non si pensa che sia importante abituarsi a mangiare bene perché il rischio, a quell’età, sembra essere molto distante. Cosa possiamo dire a questi ragazzi perché capiscano l’importanza di mangiare bene?

Ludwig Feuerbach, un famoso filosofo, diceva che noi siamo quello che mangiamo e non intendeva riferirsi solo al numero della bilancia: in realtà, l’atto del mangiare ha un’importanza strategica per noi dal punto di vista biologico, ma anche dal punto di vista emotivo, psicologico, culturale, sociale. Chi ha cura di ciò che mangia ha cura a 360° della propria esistenza a partire dal corpo fino alle amicizie: è un messaggio che dobbiamo riconquistare.

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